Haragei (terza e ultima parte)

di Marco Forti

continua dai post precedenti ...

Un tentativo di superare i problemi dell'esistenza attraverso la centralizzazione addominale e lo sviluppo di energia vitale diede origine, come già accennato, all'arte dell'haragei: la capacità di restare distaccati dagli eventi terreni, morte compresa, per raggiungere un altissimo livello di comunicazione e per poter valutare la realtà con chiarezza e impareggiabile serenità.

Una delle espressioni dell'haragei che colpì maggiormente i guerrieri giapponesi fu l'impassibilità di fronte alla morte dimostrata in più occasione dai monaci uccisi nel corso delle battaglie dei clan di Nobunaga ed Hideyoshi.
L'atteggiamento mentale dei religiosi interpretato come coraggio incrollabile e disprezzo per la morte da parte dei militari rispondeva appieno all'esigenza di equilibrio interno tanto ricercato dai bushi impegnati nella realtà caotica del combattimento.
Per i monaci però anche il coraggio e il disprezzo per la morte erano e sono solo aspetti emotivi di una realtà uniforme ... così la morte in un incendio o l'uccisione con la spada erano sostanzialmente identiche a qualsiasi altro tipo di morte, compresa la serena morte nel sonno ... e la morte, come tutte le altre realtà fa parte della vita.
Monaci e guerrieri , seppur con fini e per strade diverse, hanno perseguito l'ideale dell'haragei prendendo dalla teoria quei concetti necessari a soddisfare le proprie esigenze specifiche.
Allo stesso ideale hanno attinto anche le scuole di arti marziali tradizionali incorporando quegli aspetti e quei concetti in grado di fornire una base di controllo e di sviluppo dell'energia interiore in grado di stimolare azioni efficaci in una situazione di combattimento.

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